Freud, Totem e tabù

TOTEM e TABU'
….sono due termini dell’antropologia

TOTEM = progenitore animale di una stirpe o clan, da cui si presume che essa abbia avuto origine (es. aborigeni e totem del canguro); è qualcosa che non ci è familiare, riguarda popoli molto lontani da noi;

TABU’ = nome dato dai selvaggi a un divieto assoluto, proibizione assoluta che somiglia al nostro imperativo morale kantiano; una cosa tabù è sacra in senso negativo, cioè intoccabile, impensabile, ecc; ed è un concetto che ci è più vicino e familiare.

La tesi di TT è che la nascita di questi due concetti può essere spiegata a partire dall’analisi della vita psichica dei nevrotici; F trova fenomeni psicologici nei suoi pazienti che ricordano moltissimo questi due concetti. Se questo è vero, allora il nevrotico esprime stati affettivi che un tempo erano stati propri di tutta l’umanità. Nella storia dell’umanità può esserci stato uno sviluppo che parte dal totem e dal tabù per arrivare a concetti più evoluti. E nel nevrotico (così come nel selvaggio dei giorni nostri) questa evoluzione è stata spezzata: il nevrotico continua a ritornare, regredire a uno stadio infantile, così come i popoli selvaggi sono bloccati in una fase infantile, fissati in uno stadio della vita psichica che noi (l’adulto contemporaneo sano) abbiamo superato. Si tratta di atavismo, ossia mancato sviluppo, regressione, fissazione a epoca psichica precedente; l’esempio è il fatto che gli aborigeni hanno la nostra stessa età storica degli altri uomini sulla Terra, eppure sono fermi a usanze primitive.

Al fondo di TT c‘è una ipotesi su come e perché si sono costituite le religioni, come è stato possibile in termini psicologici che l‘uomo abbia a un certo punto creato gli dei, popolato il mondo e poi i cieli di esseri soprannaturali. E F per capirlo parte dalla psicologia del fanciullo, perché gli eventi decisivi della vita psichica del bambino vengono portati nella vita adulta sottoforma di inconscio, e possono ritornare).

Nota sul “pregiudizio occidentalista” di F in TT:
F distingue qui tra naturvoelkl e kulturvoelkl, e questa distinzione non ha molto senso agli occhi dell’antropologia culturale attuale; infatti ciascun popolo sviluppa la sua civiltà in modi e direzioni diverse, e non ce n’è uno più giusto; l’assunzione fondante dell’antropologia è che il nostro punto di vista è relativo non possiamo giudicare qualitativamente le popolazioni dal nostro p. di vista.
Ci sembra che F in TT abbia un “pregiudizio occidentalista”, per cui si dovrebbe portare la civiltà dove essa non c’era, e per cui c’è una visione di progresso in un solo senso, ecc; F chiama selvaggi le civiltà con usi giudicati primitivi, e questo oggi può sembrare quasi scandaloso dopo tutte gli sforzi dell’antropologia nella direzione contraria. È così, ma d’altronde F condivide questa visione con tutti i suoi contemporanei.
Inoltre quello che davvero gli interessa non è la definizione di selvaggio in senso razzista o simili giudizi.
F vuole mettere in luce come la vita affettiva e le forme di pensiero dei selvaggi siano anche in noi, appena sotto il labile strato di civiltà (kultur), e una dimostrazione la si avrà con la guerra, che getterà nuovamente l’uomo in uno stato che si pensava superato, lo fa regredire alla barbarie dell’uccisione e della ferocia animale. F mostra che la nostra distinzione-differenza dai selvaggi è più piccola di quanto si pensi : non si può tracciare una linea evolutiva che va dai selvaggi all’uomo contemporaneo.

Il percorso concettuale di F è il seguente: prima mostra che il selvaggio è nevrotico; poi mostra come anche noi non possiamo evitare di diventare nevrotici, proprio e specialmente a causa dello sforzo di civiltà; infine conclude avvicinando noi al selvaggio e ai suoi comportamenti (tabù, ecc) che sono assimilabili ai nostri comportamenti nella società, civiltà (nevrotica, appunto).

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