«Montaigne, d’où tout est sorti»
[Claude Lévi-Strauss]
Montaigne è inserito appieno nella modernità. Infatti la modernità inizia con Montaigne, Erasmo ma anche con Rabelais, quindi con una rottura col linguaggio sofisticato per andare alla “realtà” delle cose. Inoltre c’è stata nel 1492 la scoperta dell’America: la presenza improvvisa di un nuovo mondo significa nuovi confini, nuove possibilità, e generale sconvolgimento di tutto quel che era stato fino ad allora (se ne è stato scoperto uno, allora forse se ne potranno scoprire altri!). A questo si collega la nuova prospettiva del meticciato: una nuova forma di vita diversa sia da quella europea che da quella originaria (anche Cervantes ne era interessato).
Nello stesso spirito del ‘500 è lo studio dell’anatomia del corpo da parte di Vesalio, che dà un nome ad ogni parte del corpo. M così diventa coautore del manierismo, cioè di ciò che poi si chiamerà Barocco.
Per capire lo stile della trattazione di M si può far riferimento al saggio Sulla Vanità (126).
Qui M parla di un dialogo di Platone (per parlare di sé e dei suoi saggi), e il termine chiave è variazione: il discorso non è chiuso nell’argomento del titolo, perché M mira alla varietà; lo stile così come il pensiero di M vanno un po’ in giro con un po’ di follia.
I Saggi sono vari, M acquista il suo argomento perdendolo ogni volta, attraverso le variazioni; e questo non è casuale ma deriva da una scelta, che è una scelta artistica.
Parlare di ciò che è accaduto e di ciò che avviene è la STORIA: e qui c’è la differenza con l’ARTISTA, che introduce ciò che è POSSIBILE.
Se chi scrive segue gli eventi e le loro cause reali, allora scrive di cose reali (storiche); se invece abbandona questi causalismi, si ha l’arte e la letteratura: essa stabilisce significati che riguardano il possibile. Non pretende di parlare della “realtà” in senso scientifico. (Secondo la definizione dello studioso Manganelli “la letteratura è come i pipistrelli appesi alla volta dei significati”).
Per quanto riguarda il testo, M ha sempre lavorato per espansione, per ingrossamento continuo: il concetto non si dà direttamente e in modo definitorio ma è in itinere, va cercato dentro gli ingrossamenti.
E il senso di tutto ciò si vede nell’abitudine di M di saltare di palo in frasca (tecnica del coq à l’ane).
Questo è in effetti tipico del Barocco: per Deleuze, esso distrugge gli angoli, le linee rette, e si costruisce tramite la sovrabbondanza, i colori, conto qualsiasi forma rigorosa (e quindi più stretta) del discorso.
Negli Essais, M legge e poi rielabora i vari pensatori/correnti (es. epicurei, stoici, scettici).
Ma M è polemico verso la “categoria” dei FILOSOFI. Per lui la filosofia è stata sempre un tentativo di stabilire CRITERI; mentre secondo M la vita è fatta di PASSAGES. La filosofia non può pretendere di dare criteri all’esistenza (che non si sottopone a tali strette distinzioni). M comunque non scrive niente direttamente contro la filosofia; amava Plutarco (per la descriz degli uomini), Socrate (perché non aveva scritto niente), Lucrezio (per il de Rerum Naturae).
A parte questo, in generale i filosofi sono coloro che abbracciano il vuoto, poiché la filosofia è fatta di PAROLE, che però non riescono a descrivere i passages, il divenire psicologico dell’individuo, ossia “ciò che sfugge”.
Il ‘500 è proprio il secolo in cui l’uomo rivolge il cannocchiale verso se stesso.
E “quel che c’è” (la realtà tutta) non è dato direttamente, bensì attraverso un RIFLESSO; e così l’uomo non domina le cose del mondo, ma può accedere solo alle rappresentazioni del mondo che uno vede guardando il mondo dentro di lui (attraverso il mondo in me). Questo fa parte della mancanza di un rapporto perfetto tra soggetto e oggetto nell’esperienza conoscitiva (e in ciò M è scettico): l’individuo non può conoscere le cose ma solo le loro rappresentazioni, filtrate attraverso di sé.
Montaigne allora lavora sulle proprie rappresentazioni del mondo e costruisce una sua poetica.
Non è quindi un filosofo ma un artista. M mostra chiaramente con le sue parole che tra l’individuo e il mondo c’è una spaccatura insanabile: stando così le cose, non si può formulare un giudizio sul mondo, ma tuttavia non si può non essere coinvolti in un giudizio! Infatti M accetta la spaccatura ma poi giudica eccome; il suo è uno scetticismo senza epochè; M non rinuncia a esprimere un giudizio fermo restando la vanità di tutti i giudizi, cosa che pure ribadisce!
La figura centrale che ebbe maggior INFLUSSO su M fu Etienne De La Boetie; è forse proprio da lui, a cui lo legava una profonda amicizia, e dalla sua morte, che M comincia a scrivere gli Essais. Rispetto a Etienne, M è come “un cane alla catena”; la sua figura sta come “a guardia” dei Saggi. Inoltre M è profondamente freudiano, e lo si vede proprio nel rapporto con l’amico: per M esiste in noi un luogo inconscio dove si muove (nelle parole, nel discorso), tutto il residuale, ossia tutto ciò che c’è ma non si vede; per M tutte queste cose “escono prima o poi”; esse sono quei “mostri e chimere” di cui parla M, e che lo spingono a scrivere; e tra essi c’è La Boetie. Infatti…
La PREISTORIA degli Essais si costruisce a partire dalla domanda, che diventa un assillo, che La Boetie rivolge a M in punto di morte: voulez-vous me refuser une place? M si chiederà sempre cosa significasse quella frase. M vede che ci sono mostri e chimere dentro di sé, e scrive per portarli alla luce, per collegarli con l’esterno; ma questa non è un’operazione filosofica, ma di scrittura. E proprio per questo M non va interpretato come filosofo, ma indagando la preistoria degli Essais, bisogna tener conto, oltre che delle parole che ci sono, anche e soprattutto delle parole che non ci sono (l’assenza della morte di La Boetie, pur così centrale per M). La MORTE è un tema affrontato da M, che però dice che il nostro discorso sulla morte è una fiction, è qualcosa che a un certo punto rimbalza indietro perché oltre non può andare. Infatti noi parliamo della morte in absentia, e così ne parla anche M (che però parla in absentia di molte cose, perché per lui della realtà in generale non possiamo indurre nulla; il nostro discorso è inversione, capovolgimento.
Montaigne si chiede a cosa sia legato il comportamento umano: dipende da presunte costanti biologiche o da altro?
Intanto egli parte dal presupposto evidente che tra l’uomo singolo e la società ci sono strutture sociali che vanno indagate. L’uomo, essendo inserito nella società, è portato a certe azioni e comportamenti. Ci sono dei causalismi sociali oltre che naturali, delle rappresentazioni date dalla società che dobbiamo per forza fare nostre, a cui cioè dobbiamo adattarci.
Montaigne si focalizza, per analizzare il comportamento umano, su determinate differenze nelle costanti antropologiche, ad esempio le reazioni/giudizi di fronte al cannibalismo (scoperto di recente nel nuovo mondo ma praticato anche in Europa nelle guerre di religione del periodo, con protestati che volevano mangiare il cuore dei cristiani e viceversa). M nota che per giudicare il cannibalismo del nuovo mondo bisognerà usare criteri diversi da quelli con cui si giudica il cannibalismo “europeo”. E M polemicamente dice di vomitare davanti a quest’ultimo mentre non si scandalizza per quello degli americani, che si configura come sacrificio cannibale.
M nota cioè che la riflessione morale e quella antropologica sono differenti, e quella antropologica è più complessa.
Per l’ANTROPOLOGIA CULTURALE, “non c’è cultura che non provenga dalla cultura precedente (e NON dalla biologia)”; all’inizio dell’AC non c’era la pretesa di analizzare la contemporaneità; solo da Durkheim in poi, con lo studio dell’emblema totemico, che è ciò attorno a cui si ritrovano gli individui e che li identifica come appartenenti a un gruppo (di qui poi Lévi-Strauss…).
L’A.C. va in due direzioni: analisi dell’oggetto/comportamento dal pv rituale-mitico; e analisi di esso da pv morale. Sono chiaramente due pv diversi e difficili da far convivere, e rappresentano infatti il problema centrale dell’antrop. Il problema del giudizio su un comportamento osservato soggiace alla regola della doppia critica: se io non riesco a mettermi nella posizione dell’altro che guarda me come io guardo lui, allora il mio giudizio sarà problematico (perché il nostro punto di vista è insufficiente).
È ciò che dice il relativismo: chi non appartiene a una certa società non può giudicare di quella società (es pratiche controverse di altre culture che noi condanniamo); è come se gli individui appartenenti ad altre culture fossero chiusi in uno scafandro e non possono essere giudicati “moralmente” (dove per morale si intende il riferimento a una nostra scala di valori/criterio/giudizio).
Allora, il problema è come fare a meno dei nostri giudizi? O meglio, come possiamo far sì che i nostri giudizi non siano in realtà pregiudizi? In ogni caso ci sono varie forme di relativismo, più strette o più aperte; il problema è e resta quello di relazionarsi con l’ALTERITA’, la più lontana da noi.
La realtà è un meticciato. Ma ci sono istituzioni politiche (oggi) che agiscono come se non fosse tale, come se ci fosse una purezza di cui siamo portatori.
L’AC cm non ha problemi di fondazione come la filosofia; essa studia quello che c’è, quello che osserva. L’opera di comprensione si fonda su un rapporto triangolare: A osserva, B parla, C è la traduzione, che mostra che B è razionale, umano e sensato.
Il nostro problema è che non ci stacchiamo mai dal principio logico di non contraddizione, per cui ogni cosa è soltanto uguale a se stessa. Ma l’AC ha una logica di tipo diverso, così come esistono logiche di tipo affettivo; e la traduzione non è qualcosa di irrazionale (AC contro Heidegger), ma serve per ripristinare una autenticità incomunicabile. Solo con la traduzione l’apparente confusione manifesta la sua razionalità. Il comportamento umano e le caratteristiche dell’uomo non rispondono solo alla logica classica (anzi quasi mai) ma anche a queste altre “logiche”.
L’AC ha creato un fatto nuovo: si basa sulla traduzione, ricostruzione, sulla capacità di “entrare” nelle menti altrui (gli antropologi sono più artisti che scienziati). Esistono popolazioni non logiche (pre-logiche), che non osservano il PNC; esso ha iniziato a essere usato quando le tecniche di sopravvivenza hanno mostrato che è più conveniente usarlo; da lì in poi i popoli diventano logici.
Ci sono comunque critiche alla separazione troppo netta tra prelogismo e logismo; infatti nella vita umana c’è sempre un ambito che rimane a volte pre-logico/a-logico/illogico; non c’è questa cronologia fissa, di una fase prelogica che “va superata”; non è così.
In “Contro l’identità”, Remotti dice che per identificarsi bisogna riconoscersi (anche Hegel…). Dobbiamo riconoscerci in legami in cui la nostra identità è assicurata e garantita. E tuttavia non ci sono identità fisse; siamo contemporaneamente tante cose; abbiamo identità diverse per varie occasioni/situazioni. Non ci si deve fissare in una identità (politica, religiosa, ecc). Tuttavia l’identità ci è necessaria, in quanto la nostra vita è aleatoria. Ancora una volta è un problema di dosaggi.