Per capire la vena polemica di Montaigne nei confronti delle scienze (come espressione di leggi fisse che dovrebbero rinchiudere e render conto della pluralità dell’esperienza, che invece per M è inattingibile perché contingente e instabile) è utile ribadire quali sono le differenze tra SCIENZE UMANE (dello spirito) e scienze DELLA NATURA.
Nelle scienze NATURALI ci sono regole FISSE, LEGGI di cui gli enti sono esempi; non c’è ente che possa sottrarvisi, anche perché esse usano funtori universali (ogni, tutti, nessuno, qualche).
Mentre nelle scienze dello SPIRITO (o UMANE o della CULTURA) non si può dire che un ente è sottoposto a regolarità univoche: infatti a ogni presunta regolarità che vorrebbe costituirsi come legge universale, si può fornire un CONTROESEMPIO. Quando formulo una congettura forte e ardita e voglio capire se è vera nel mondo, devo cercare cosa possa falsificarla; se non lo trovo sono a posto. Secondo POPPER, una teoria (p) è tale quando da essa posso trarre delle conseguenze (q). La mia congettura allora sarà nella forma di implicazione: p à q . E nelle scienze della natura vale che ((p à q) & not q) à not p . Cioè se le conseguenze q non si verificano, allora p non vale. Se trovo un controesempio per cui q non si verifica, la teoria p è da buttar via.
Tutto ciò non accade nelle scienze dello spirito. In esse una legge apparentemente generale continua ad essere tale anche se trovo un controesempio, un caso in cui essa non vale. Le “leggi” delle scienze umane possono esistere e sussistere anche in presenza di quelli che dalle scienze naturali sarebbero considerati controesempi.
Al contrario, nelle scienze naturali senza controesempi la teoria non è tale; è un desiderio, preghiera, ecc, perché solo con un controesempio posso sapere se p parla al mondo oppure no. Le REGOLARITA’ non sopportano controesempi: se ce n’è anche solo uno, la regolarità non è tale e la teoria è da buttare. Il mondo è intellegibile ma la sua conoscenza, per essere davvero scientifica, deve configurarsi come trial and error (tentativo ed errore), dove con un experimentum crucis si deve poter scoprire se q è o meno deducibile da p; e se non lo è, è un controesempio. In ogni caso i problemi della scienza non sono riassumibili in queste poche parole, e le teorie, ad oggi, più che essere vere sono valide, e rimangono valide finchè funzionano.
à Nelle scienze dello SPIRITO non è così; in ANTROPOLOGIA CULTURALE non ci sono controesempi ; ci sono sì tentativi di individuare regolarità, ma se poi troviamo un controesempio la legge non cade, piuttosto dobbiamo ricondurre quel caso verso di noi ampliando il nostro punto di vista.
Quando Montaigne dice che “barbaro è tutto ciò che non rientra nei miei usi”, questo significa che non mi posso porre in un punto di vista privilegiato da cui io giudico incarnando un “prima” assoluto rispetto al quale tutto ciò che non è conforme/irregolare è disprezzabile.
Ogni GIUDIZIO ANTROPOLOGICO è contraddistinto dalla PARTICOLARITA’ DEL QUI E ORA (Remotti); ciò di cui si parla è vincolato alla particolarità; il problema che sorge nel giudizio antropologico è se mai un problema di DOSAGGIO, sta nel capire la varietà e i suoi motivi.
La polemica anti-etnocentrica di M si concretizza quando dice di non poter giudicare da un punto di vista assoluto, il che significa che nessuna cultura può ambire all’universalità; parlare di RAGIONE/SPIRITO umano in senso assoluto “non è trovare un’essenza, ma se mai scoprire un vuoto di essenza”.
Quando parliamo di RAGIONE UNIVERSALE parliamo di un VUOTO di essenza (diversamente da Hegel); si pretende di potersi spogliare dell’empiria per accedere a qualcosa di PURO (come l’IO PENSO Kantiano che rende tutto universale perché intersoggettivo). Una visione di questo tipo viene rifiutata dalle scienze della cultura, in particolare dall’antropologia; non dalla filosofia, o almeno solo in maniera minore. Una ragione unica e unificante è una “deificazione” del pensante, cioè di me, una proiezione della mia (singola e unicamente mia) ragione, ma assolutizzata; come un unico grande cervello.
à Per l’ANTROPOLOGIA, la mossa da fare è METTERSI DAVANTI ALLO SPECCHIO, per vedere il moto d’essenza, il divenire incessante, e prenderne atto; la filosofia che vede nel divenire un problema diventa ideologia o banale affermazione priva di senso. In antropologia la VITA è vista come un problema di DOSAGGIO.
Saramago ha detto: “Ogni Io è un altro Tu”. Per capire il dosaggio si deve tener conto di quello che c’è, ossia delle altre culture.
Quella dello SPECCHIO è la metafora centrale dell’antropologia.
Anche in Montaigne si trova il concetto di MIRROIR; in effetti nei Saggi accade proprio che qualcuno è messo davanti a qualcun altro e ogni individuo è come uno specchio; il selvaggio guarda M e M guardando il selvaggio vede cose di sé che prima non vedeva.
L’antropologia introduce in noi l’idea dello specchio; ci domanda di chiederci da dove abbiamo preso tutte le nostre asserzioni, credenze, giudizi, convinzioni sul mondo e sugli altri, e ci invita ad allargare sempre il nostro punto di vista. È necessario che l’IO sia STRUTTURATO, e che operi una costante RELATIVIZZAZIONE delle sue convinzioni perché si mantenga sano cioè perché i suoi giudizi non siano pre-giudizi.
Allo stesso modo, in Montaigne non c’è volontà né tentativo di instituire una gerarchia, c’è solo rilievo dell’ALTERITA’. Montaigne capisce che gli americani non sono l’altra proiezione degli europei: sono ALTRI uomini.
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